Le “sacerdotesse” della mafia nigeriana

di Maria Araceli Meluzzi

Il concetto latino per cui “ogni cosa appare pura per i puri” (omnia munda mundis) è un principio universale della giustizia umana. È chiaro che quando si tratta di minori questo viene spesso riaffermato con un vigore maggiore giacché le fattispecie giudiziariamente rilevanti di chi appartiene a questa categoria serbano in sé un occhio di riguardo più attento. Infondo si tratta pur sempre di ragazzi che sbagliano.

Se fino a qualche anno fa la criminalità minorile era caratterizzata perlopiù dal disagio di giovani provenienti dal mondo delle tossicodipendenze o di reati che riguardavano un ambiente che denotava uno status sociale poco abbiente tramutandosi in illeciti perlopiù di tipo bagattelare, oggi i reati a sfondo sessuale e soprattutto nella declinazione di sfruttamento minorile sono quelli che maggiormente vedono coinvolti i più piccoli di età cui si aggiunge anche la “fatale” caratteristica dello straniero.

Come ben si sa il fenomeno migratorio degli ultimi anni ha portato velocemente al radicamento sul territorio nazionale di numerosi clan stranieri che, come confermano le indagini sul campo compiute dalla DIA (Direzione Investigativa Antimafia), detengono ormai la leadership di un vero e proprio caporalato schiavistico sulle giovani donne soprattutto di origine nigeriana. La tratta in questione riguarda perlopiù ragazze certamente minorenni che sotto minaccia di morte vengono introdotte nel mondo della prostituzione.

Secondo un interessante studio condotto recentemente dai ricercatori dell’Associazione Parsec in collaborazione con UNICRI (“La tratta delle minorenni nigeriane in Italia. Dati, racconti, servizi sociali”) infatti il radicamento di tale fenomeno riguarda ormai moltissime città italiane. Il nostro capoluogo piemontese è una di queste e basta percorrere Via Ormea per renderci presto conto che prostituzione e spaccio con radici africane dilagano nella nostra città. Il rapporto di ricerca infatti evidenzia un’altissima capacità organizzativa di questi clan sul territorio segnalando una forte presenza minorile in questi gruppi criminali. Viene così gestita una seria tratta di donne nigeriane, sia nel loro ruolo di Capo-Leader che di vittime, capace di immettere sul mercato della prostituzione molte minorenni. Queste giovani ragazze una volta arrivate in Italia vengono immediatamente instradate nei circuiti dello sfruttamento sessuale ad opera delle cosiddette “maman” (collaboratrici/reclutatrici). Queste ultime fanno da vere e proprie sponsor alle giovani minorenni; dal momento dell’espatrio, all’arrivo in Italia financo al giuramento tribale-religioso che ufficializza da loro cooptazione in questo traffico. Sono infatti coloro che prestano il denaro per sostenere le spese del viaggio, l’organizzazione stessa e il soggiorno nel nostro Paese con l’impegno da parte della giovane di restituirne la somma ricevuta. Le “sacerdotesse” della mafia nigeriana che governa questa tratta infatti si servirebbero del sacrificio di gatti e galline sgozzati per soggiogare le ragazze all’iniziazione bevendone il sangue per essere benedette quali schiave del sesso. Il reclutamento nelle nostre città è ormai all’ordine del giorno e l’aumento numerico delle minorenni vittima resta un dato sbalorditivo. A questo si aggiunge infatti un altro fattore importante che è quello dell’età: davvero queste ragazze abusate o i giovani spacciatori sono minori? La falsificazione dei documenti e dell’età anagrafica è infatti un altro degli elementi raccapriccianti che va ad aggiungersi a queste mostruosità. Questo facile artificio viene utilizzato già prima della partenza dai loro paesi di origine per incrementarne i guadagni e rafforzarne la tratta. Il confine tra minorenne e maggiorenne diventa dunque labilissimo.

Di fronte a tutto ciò, è chiaro che aggredire questo fenomeno con strumenti tradizionali di Polizia è molto difficile, sia per la resistenza-connivenza delle vittime sia per la carenza di strumenti organizzativi. Basti pensare che se in Nigeria esistono tre gruppi etnici-linguistici principali (Yoruba, Igbo, Fulani), ci sono altrettanti e più dialetti rispetto ai quali certamente molte delle nostre questure non sono attrezzate di traduttori per le intercettazioni. E anche questo è uno dei tanti limiti.

I servizi sociali territoriali e forze di Polizia sono i primi testimoni di queste organizzazioni criminali. Operando sul luogo, si rendono conto delle dinamiche interne e di come sempre più questi gruppi criminali stiano prendendo piede nel nostro Paese. Ma la progettazione di un controllo sociale non può che partire dalla cittadinanza perché è nell’occhio del cittadino che si rispecchia la vivibilità delle nostre città e rendercene conto è un nostro dovere innanzitutto.

 

 

 

 

 

 



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