Salute, le “vittime” della globalizzazione

I bambini scheletrici nei paesi subsahariani dell’Africa e i loro coetanei resi obesi da cibi scadenti nelle megalopoli sudamericane; gli anziani che sono soli nelle nostre città e le famiglie “allargate” nei paesi in via di sviluppo in cui convivono anche quattro generazioni nella stessa baracca. Sono alcune delle “vittime” della globalizzazione, coloro che sono rimasti indietro nel «percorso di standardizzazione degli stili di vita e delle espressioni culturali di ogni parte del mondo». A loro è stata dedicata il 30 gennaio la giornata inaugurale dell’Executive Master “Salute Globale e Migrazioni” promosso dalla Caritas di Roma in collaborazione con la Fondazione Idente di Studi e Ricerche e The Rielo Institute for Integral Development.

Per tutta la settimana, e per altre tre settimane del corso dell’anno, il teatro della Case famiglia di Villa Glori ospita i sessanta iscritti tra medici e infermieri per approfondire gli aspetti medici e sociosanitari dell’assistenza agli immigrati e a coloro che soffrono di traumi sociali. Il master, il primo in Italia in questa materia e giunto alla sesta edizione, propone un approccio di Salute Globale fondato sul paradigma dei determinati sociali di salute, per analizzare le diseguaglianze che attraversano le nostre società e proporre strumenti operativi di contrasto.

«Conoscere, studiare, condividere le proprie esperienze e aiutare a far comprendere i problemi: è questa la pedagogia della carità. Uno stile pastorale alla base dell’agire della Caritas e che ha fatto nascere l’esperienza di questo master». Così monsignor Enrico Feroci ha salutato i partecipanti nel discorso con cui ha aperto i lavori. Con lui anche padre Enrico Bayo e la dottoressa Lujàn Gonzales della Fondazione Idente che, parlando del fondatore Fernando Rielo, hanno sottolineato la missione di «umanizzare la medicina per avere la giusta attenzione sanitaria verso chi soffre, soprattutto la popolazione migrante».

Flaminia Vola, della Sezione Migranti del Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale della Santa Sede, ha illustrato le considerazioni della Chiesa al progetto delle Nazione Unite di due Global Contact, uno per i migranti e uno per i rifugiati. «A nome di tutte le organizzazioni cattoliche impegnate nel difendere i diritti dei migranti – ha detto – proporremo all’Onu una serie di misure in 20 punti che costituiscono un intervento di visione integrale del problema, letto anche alla luce dei quattro verbi che ci ha indicato papa Francesco: accogliere, proteggere, promuovere e integrare».

La prima parte dei lavori ha visto protagonisti Gianfranco Damiani, Maria Luisa Di Pietro e Stefania Bruno dell’Istituto di Sanità Pubblica dell’Università Cattolica Sacro Cuore. Alternandosi e presentando diverse ricerche svolte sul campo, i tre medici hanno proposto un approfondimento su come la globalizzazione abbia modificato le determinanti sociali e influito nell’aumento delle disuguaglianze sanitarie.

«La salute – hanno spiegato – dipende da diversi fattori, tra questi i determinansi sociali hanno una rilevanza notevole e sono quelli che maggiormente influiscono sulle disuguaglianze». Per i tre ricercatori «la globalizzazione, modificando gli stili di vita e stratificando ancora di più la società, ha influito a modificare le condizioni di salute a scapito dei poveri».

Un focus particolare sulle migrazioni è stato fatto da Oliviero Forti di Caritas Italiana che ha illustrato il lavoro della Chiesa nell’ambito delle politiche di accoglienza per i richiedenti asilo e rifugiati. «Viviamo da tre anni in uno scenario connotato dal tema dell’emergenza – ha detto – in cui il dibattito è concentrato sugli aspetti dell’accoglienza e del salvataggio in mare». L’esponente di Caritas Italiana ha ribadito la netta contrarietà alle politiche di chiusura attuate dal governo verso le Ong che salvavano le vite in mare, pur confermando la collaborazione della Caritas con il Ministero dell’interno nelle azioni di evacuazione dei migranti presenti nei centri di detenzione libici. «Misura – ha detto Forti – che mi auguro non sia solo elettorale e che continui con le caratteristiche umanitarie anche nei prossimi mesi».

«Il segnale che la Chiesta italiana sta inviando al governo e all’Europa – ha concluso – è l’esperienza dei corridoi umanitari, concordati con i paesi in cui esistono i campi profughi come la Giordania e l’Eritrea. Non possiamo far arrivare tutti, ma dobbiamo dare priorità a chi soffre e ha meno possibilità di sopravvivere».



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