Schizofrenia, la variazione di un gene influenza l’efficacia dei farmaci

L’efficacia dei trattamenti farmacologici per la schizofrenia è influenzata dalla variazione di un gene. La scoperta è stata fatta nel corso di uno studio, pubblicato sulla rivista scientifica internazionale Nature Communications, a cui ha preso parte anche l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù. Il gene in questione si chiama Dysbindin e, stando a quanto hanno rilevato gli autori della ricerca, i pazienti che rispondono in modo adeguato agli psicofarmaci più comuni sono le persone portatrici di una sua variazione. La scoperta permetterà di progettare test biologici per una medicina personalizzata e di precisione in ambito psichiatrico.

Lo studio si è svolto su un un campione di pazienti (300 in totale) con schizofrenia in età adulta, su adolescenti ai primi esordi della malattia, e dell’analisi di tessuti cerebrali post-mortem. “I 45 minori che hanno preso parte allo studio sono tutti seguiti al Bambino Gesù – ha spiegato il professor Stefano Vicari, responsabile dell’Unità operativa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale della Santa Sede -. I ragazzi erano al primo episodio psicotico e alla prima assunzione di farmaco. Da quello che abbiamo osservato la variazione del gene Dysbindin ha lo stesso effetto sull’efficacia del trattamento farmacologico sia nei pazienti adulti che negli adolescenti. Questo studio si è concentrato sulla schizofrenia ma in futuro studieremo anche le altre patologie psichiatriche che sono trattate con antipsicotici”.

I ricercatori hanno lavorato per individuare variazioni genetiche che fossero correlabili sia alla risposta ai farmaci antipsicotici, sia ad un comportamento cognitivo deficitario, a sua volta legato alla regolazione della dopamina nel cervello. La dopamina, infatti, è il neurotrasmettitore che nella corteccia cerebrale svolge un importante ruolo nelle funzioni cognitive e nello stesso tempo è il target di molti farmaci antipsicotici. Nell’analizzare la popolazione di pazienti con schizofrenia, il gruppo di ricerca ha individuato un sottogruppo di pazienti che presentava una variazione del Dysbindin. Il gene, nel dettaglio, regola il meccanismo alla base del sistema dopaminergico del cervello. Una variazione del Dysbidin, infatti, altera la funzionalità dei recettori per la dopamina nella corteccia cerebrale, scatenando di conseguenza disturbi cognitivi.

I ricercatori hanno anche studiato i meccanismi cerebrali alla base dell’interazione tra i farmaci antipsicotici e queste variazioni genetiche in soggetti sani, pazienti con schizofrenia e modelli murini, scoprendo che i farmaci hanno un’azione efficace nel potenziare i recettori dopaminergici nella corteccia prefrontale, ovvero nel ripristinare le performance cognitive superiori, solo nei portatori della variazione genica di Dysbindin. Per concludere lo studio, il gruppo di ricerca ha confermato e replicato la scoperta grazie all’accesso alla banca dati del trial clinico americano “CATIE” (Clinical Antipsychotic Trials of Intervention Effectiveness) in cui è stato possibile osservare un grosso campione di soggetti con schizofrenia, provenienti da diversi centri clinici, i quali erano stati esposti al trattamento con un unico farmaco antipsicotico e seguiti cognitivamente e clinicamente per 18 mesi.

I disturbi cognitivi nella schizofrenia, e in altre patologie psichiatriche, rappresentano i sintomi più precoci e debilitanti per i pazienti. I farmaci ad oggi disponibili riescono a migliorare solo parzialmente le alterazioni cognitive e solo per un certo gruppo di persone. Inoltre, non esistono test biologici che permettono di predire quale sia il trattamento migliore per i diversi individui che presentano queste patologie. Il risultato del lavoro è importante perché introduce l’utilizzo concreto della genetica nello sviluppo di terapie personalizzate in ambito psichiatrico, così come avviene già in altre specialità come l’oncologia.

La ricerca è stata realizzata da un gruppo internazionale di ricerca coordinato da Francesco Papaleo dell’IIT-Istituto Italiano di Tecnologia ed ha coinvolto oltre all’Ospedale Bambino Gesù, anche la Fondazione Irccs Santa Lucia di Roma, gli statunitensi Johns Hopkins University e National Institute of Mental Health. Al lavoro hanno inoltre contribuito ricercatori delle Università di Padova e dell’Università di Cagliari, e del Lieber Institute for Brain Development negli USA.



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