Un corpo fatto a pezzi

Il giovane corpo di Pamela Mastropietro, la bellissima ragazzina di 18 anni, massacrata a Macerata è ancora conservato dentro un frigorifero. Un corpo fatto a pezzi. Non si sa neanche se tutti gli organi sono presenti. Pare, anzi, che almeno una parte dei genitali e del collo non siano rintracciabile in questa orribile mostruosità anatomica. La famiglia non ha ancora potuto dare una degna sepoltura a questa piccola martire e, come tutti i martiri, testimone della verità. Una verità negata di una migrazione travolgente massiccia e corrotta, proveniente dal sud dell’Africa e guidata da mafie multi-nazionali avanza progressivamente in Europa in una prospettiva di sostituzione etnica. Sull’onda di questa migrazione arriva quella stessa mafia nigeriana da cui provengono uno o più dei massacratori di Pamela che, dopo averla seviziata, l’hanno fatta a pezzi per far sparire il cadavere in una valigia abbandonata alla periferia della città.

La cosa tristissima non è soltanto il ritardo delle indagini ma la sensazione che fin dall’inizio si sia voluto silenziare questo dramma. Un dramma che pesa immensamente sulla famiglia, sui concittadini, sui ragazzi che come lei hanno condiviso difficili esperienze di comunità. C’è, però, un pensiero assolutamente falso che si è cercato di diffondere nei primi momenti dopo la scoperta del corpo: che questa mostruosità fosse soltanto il tentativo di soppressione di cadavere di una povera tossica, morta di overdose. Il fatto che all’inizio anche gli inquirenti abbiano lasciato questa interpretazione nei fatti ci sembra prolungarsi oggi nella percezione che voglia negare l’evidenza. Pamela è entrata viva in quell’appartamento, violentata, seviziata e fatta a pezzi ma non si riesce a venire a capo delle indagini.

È una vicenda che ci lascia il sentore che interi settori economici si siano arricchiti con il mercato delle migrazioni. Un mercato con aspetti francamente mafiosi che ha coinvolto anche alcuni capi della mafia nigeriana locale che è specializzata nella distribuzione al minuto per le droghe e per lo sfruttamento della prostituzione, allargando i suoi settori oltre ai reati sul web e alla spartizione dell’immensa ricchezza che circola intorno al business delle migrazioni. Un business che ha mosso negli ultimi anni più di 7 miliardi di euro e che pare abbia consentito trasferimenti in questo mercato di ambitissime cooperative in cui sono presenti anche i nigeriani, probabilmente investitori anche in altri settori con un elevato tasso di criminalità.

Insomma, c’è qualcosa che Pamela testimonia: oggi il controllo della mafia nigeriana è rivolto al traffico di stupefacenti, esponendo i nostri giovani a grossi rischi; il costo delle droghe è passato per la capillarità di distribuzione ad un esercito di 650 mila spostasti senza lavoro, alimentando il mercato degli stupefacenti. Quella della mafia nigeriana, oltre a controllare questi mercati illegali, ha combattuto guerre di mafia in altri settori. In paesi come Castelvolturno i Casalesi hanno dovuto lasciare alla mafia nigeriana il mercato del lavoro nero.

Ma la mafia nigeriana è un rischio per la sicurezza nazionale. Minaccia che la vicenda di Pamela grida. Noi ci auguriamo che molta gente partecipi alla fiaccolata organizzata dalla famiglia, affinché questo dramma non venga dimenticato attraverso l’omertà, affinché Pamela possa ottenere giustizia, affinché gli esecutori del reato non rimangano impuniti in una sorta di razzismo all’incontrario. È un razzismo per cui se si tratta di africani ci vogliono guanti di velluto invece che un pugno di ferro che sarebbe necessario per difendere tanti ragazzi come Pamela ma anche l’insieme della comunità nazionale. La dittatura del politicamente corretto obnubila una giustizia già stordita e ci dà un senso di insicurezza e di ingiustizia intollerabili.

Innalziamo l’immagine di Pamela, bellissima e violentemente stuprata come l’immagine di una somma ingiustizia. Un’ingiustizia alimentata anche dal pontefice che ci fa pensare che in Italia possa entrare l’intera Africa e che le colpe del colonialismo debbano essere saldate dagli Italiani dell’inizio del III millennio. Ma questo è sommamente ingiusto, anche perché non c’è nulla di più terribile che pensare di promettere ciò che non si è in grado di dare. Per il momento il saldo contiene solo la giovane vita di Pamela alla quale ci stringiamo non solo come persona ma come simbolo di un riscatto nazionale che tutti vorremmo. La lotta affinché lei non venga dimenticata e il suo delitto non rimanga impunito è un segno di una nuova controffensiva contro l’idiozia, la malvagità e quella oscena ideologia dei grandi ideali e dei porci comodi, di cui è lastricata la via dell’Inferno.

Alessandro prof. MELUZZI



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